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un non-luogo non collocato in un ambiente definito e nemmeno, per certi versi, definitivo
non adibito ad alcuna funzione vitale come può essere un luogo di decenza e forse per questo indecente
privo di indicazioni sul da farsi per non dar luogo a chissà ché nel quale ben poco avrà luogo.
Insomma un posto così

Diario di Cuba, 28-7

lug 28th, 2003 | Da | Categoria: Sulla strada

santiago2_pw.jpgOggi è l’ultimo giorno a Santiago, i musei riapriranno anche se solo per mezza giornata e questa sera avremo il volo interno per tornare a l’Havana.
Dopo una ottima colazione al nuovissimo albergo vicino la nostra casa particular andiamo a visitare la caserma della Moncada. Sui muri della caserma ci sono i segni delle mitragliatrici ed all’interno un museo sulla storia della caserma, sulle torture che avvenivano al suo interno e sul fallito attacco che subì. Mi domando però una cosa: l’attacco ci fu nel ’53 mentre il regime cadde nel ’59. Tra l’altro dopo il fallito attacco la rivoluzione ebbe un lungo periodo di arresto. Ma come mai sono presenti quei fori di proiettile? Possibile che tra il ’53 ed ’59 nessuno abbia trovato il tempo di ricoprirli con una stuccatina? Secondo me sono posticci.
Infondo poco importa rendono l’idea di quel che fu.
All’interno anche una mostra fotografica su Fidel Castro. Visitiamo tutto e poi imbocchiamo un corridoio che sembra proprio essere quello delle aule infatti questa caserma è stata trasformata in una scuola dopo la caduta del regime. Alle pareti del corridoio in mezzo a poster didattici che insegnano la tolleranza in casa nei confronti dei fratelli più piccoli troviamo lavori fatti dagli alunni per le manifestazioni in favore dei cinque cubani arrestati a Miami mentre erano infiltrati nei gruppi anticastristi e vecchi poster propagandistici fuori luogo qui.

Dopo la Moncada andiamo al museo Bacardì eredità del magnate del rum (ron, qui a Cuba). In realtà cerchiamo qualcosa sulla storia del liquore ma quel che troviamo è una pinacoteca ed una collezione di armi, divise e mobili di epoca spagnola. Ci sono anche le manette che imprigionavano gli schiavi ed i ceppi usati per la decapitazione.
Continuiamo ancora per poco a girovagare per la città e poi torniamo al nostro rifugio con aria condizionata.

Il nostro volo è previsto per le 19:40 ma si sono raccomandanti di essere lì con almeno due ore di anticipo. Riusciamo ad arrivare anche un po’ prima all’aeroporto internazionale. Chiediamo al banco dove si trova un bar e ci dicono al piano superiore raccomandandosi di non perdersi, cosa alquanto difficile date le dimensioni del terminal.
Il nostro aereo è un bel quadrimotore ad elica russo dipinto con onde e palme. Mentre lo preparano sul cielo di Santiago arrivano grosse nuvole nere e vediamo formarsi e poi sparire due trombe d’aria nel giro di venti minuti.
Nell’istante nel quale viene aperta la porta di uno dei tre gate dell’aeroporto i cubani presenti scattano in piedi e si accalcano alla porta come avevamo già visto fare. Due turiste nord europee dimostrano grandissima capacità di ambientamento salendo sui divanetti per di spintonarsi sulla porta come gli altri.
Saliamo sull’aereo che appare abbastanza comodo anche se dai bagni si sente odore di pipì. I sedili blu non sono tutti perfettamente allineati, qualcuno ha lo schienale un po’ storto, altri hanno il tavolinetto che non chiude. Il decollo è dolcissimo, mai vissuta un’esperienza del genere: non riusciamo a capire quando ci stacchiamo da terra ma indubbiamente dobbiamo averlo fatto dato che non è ipotizzabile una rincorsa tanto lunga.
L’aria condizionata è di tipo ventilatorio meccanico a propulsione umana: tutti ci sventoliamo con il libretto delle dotazioni di sicurezza dell’aereo.
I signori in divisa passano con le caramelle e mi sento come su un pullman Viazul.
Durante il volo avviene un tentativo di riparazione di una poltrona e poi una delle due turiste che salivano sui divanetti si sente male ed ha un attacco di ansia. Le portano in continuazione bombole di ossigeno ed uno degli assistenti rimane durante tutto il volo a sventolarla. Come se non bastasse poi attraversiamo una tempesta elettrica e possiamo assistere alla formazione di fulmini sotto di noi.

Siamo di nuovo nella capitale ed avendo perso la mano con i prezzi di qui mandiamo subito via un paio di taxi che giudichiamo troppo cari. Poi un controllo sulla guida ci fa capire che avevamo torto. Ma non vogliamo comunque spendere 20$ solo di taxi per cui ci mettiamo d’accordo con un’altra coppia di spagnoli per dividere il mezzo e lasciamo che sia lui a contrattare..
Leggendo il biglietto con l’indirizzo della casa che ci ospiterà stanotte e domani confondo un “#” con una “H” e mi faccio portare al numero 313 di calle H angolo calle 15 anziché a Paseo 313 angolo calle 15. Il caso vuole che all’angolo da noi indicato esiste l’edificio abbia effettivamente il numero 313 per cui mandiamo via il taxi entriamo e saliamo al quarto piano. Solo che questo edificio ne ha solo tre. E’ mezzanotte e non ci va di suonare ai campanelli per cui andiamo a cercare un telefono. Lo troviamo all’ospedale dove per poco non litigo con un tale che rimanendo sbragato su una sedia mi centellina le informazioni sui telefoni. Impiega dieci minuti per osservarmi mentre tento di telefonare e poi mi spiega che non funziona perché è piano di monete, faccio per andarmene e mi richiama per dirmi che altri telefoni sono in un altro corridoio. Finalmente riesco a chiamare ed a parlare con la nostra ospite.
Arriviamo nella casa, salutiamo uno scarafaggio che ci ha dato il benvenuto, decidiamo che non andremo mai a piedi scalzi in questa è la peggior stanza del viaggio e ce ne andiamo a letto senza aver firmato alcun registro stavolta.


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Leggi anche:

  1. Diario di Cuba, 27-7
  2. Diario di Cuba, 26-7
  3. Diario di Cuba, 25-7
  4. Diario di Cuba, 23-7
  5. Diario di Cuba, 22-7

Tag: cuba, viaggi

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